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Un esule a New York PDF
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Un articolo pubblicato sulla rivista America oggi
scritto da Alfonso Francia

CHE UN ARTISTA residente a New
York, amico tra gli altri di pittori quali
Jackson Pollock e Mark Rothko, realizzi
una performance all’aperto nel
1958 non è una grande notizia. Diventa però
una storia incredibile se aggiungiamo che la
sede dell’evento fu il paesino di Orani, piccolo
centro dell’entroterra sardo che alla fine
degli anni Cinquanta aveva a malapena conosciuto
la luce elettrica. Il protagonista di
questa vicenda è Costantino Nivola, scultore
e pittore sardo giunto a New York nel 1939, in
fuga dalle leggi razziali assieme alla moglie
ebrea Ruth Guggenheim. Figlio di un muratore
e sesto di dieci figli, questo povero espatriato
divenne un artista richiestissimo nella
Grande Mela, dove ancora oggi molte decorazioni
di edifici tra Queens, Brooklyn e Bronx
portano la sua firma. Negli ultimi anni la sua
terra natale, alla quale restò sempre legato e
periodicamente tornò a visitare, ha deciso di
omaggiarlo con una serie di iniziative che partono
proprio da Orani, il borgo dove trascorse
l’infanzia.

Per contemplare il primo omaggio all’artista
basta fare due passi in paese. Le vie del
centro storico sono in questi mesi la sede di
una mostra fotografica a cielo aperto, dove
sono esposti gli scatti commissionati dalla
rivista Life per documentare l’allestimento realizzato
da Nivola nel ’58. L’artista sbozzò delle
sculture poggiate su sottili sbarre di ferro e le
posizionò lungo le vie del paese, poi lavorò
alla facciata della parrocchia dove realizzò un
graffito visibile ancora oggi.
Costantino non voleva impressionare i
suoi compaesani, in massima parte contadini
e pastori che a malapena sapevano leggere e
scrivere; desiderava solo far sapere a tutti
che anche quell’umile figlio di un muratore
aveva alla fine imparato un mestiere. La mostra,
intitolata “Ritorno a Itaca”, è un’iniziativa
importante per due motivi. Documenta un
caso di “performing art ante litteram”, perché
un intero paese venne trasformato in spazio
espositivo, e documenta le condizioni di vita
di un piccolo centro dell’Italia meridionale alla
fine degli anni Cinquanta.

Qui sembrava non essere risuonata neanche
una pallida eco del boom economico;
mentre a New York si viveva in palazzi di vetro
e acciaio a Orani ancora si condivideva la
casa con gli animali e si camminava lungo
strade polverose e non asfaltate. La genialità
dell’allestimento sta nell’aver affisso le immagini
proprio nei punti dove vennero scattate
52 anni fa. È possibile vedere come è
cambiato un crocicchio di strada, cosa è sparito
e cosa è rimasto dell’antico paese.
La mostra è anche l’antipasto perfetto per
prepararsi alla visita del museo dedicato a
Costantino, costruito sul colle che domina
l’abitato. In questi giorni tutto il complesso
museale è sottosopra per i lavori di ampliamento
che si concluderanno a ottobre con
una nuova inaugurazione. L’edificio originario,
aperto nel 1995, comprende un solo grande
ambiente edificato sopra l’antico lavatoio,
dove le donne del paese andavano a fare il
bucato.

La precedente funzione del sito è testimoniata
dall’acqua che ancora sgorga da una
fontana accanto all’entrata, tanto abbondante
che si è pensato di ricavarne una cascatella
che scende lungo il pendio. La collezione
iniziale del museo, va ammesso, era piuttosto
povera. Contava quasi esclusivamente alcune
sculture dedicate alla Dea Natura che Nivola
realizzò in gran numero e con materiali
diversi negli ultimi anni della sua vita, oltre a
una selezione delle sue terrecotte. Nient’altro.
Poco per un artista così prolifico, che ci
ha lasciato un corpus di circa 6500 opere. Peggio
ancora, per realizzare questo spazio espositivo
si pensò di interrare il vecchio lavatoio
cancellando così una parte importante della
memoria di Orani.

Un’azione che avrebbe fat-
to inorridire Nivola
. Se le
vasche dove si andava a
lavare la biancheria sono
ormai perdute, il museo ha
fortunatamente potuto
contare su una poderosa
opera di riorganizzazione
e ampliamento che permetterà
di presentare tutte le
tipologie di lavori che impegnarono
il genio dell’artista,
dipinti compresi.
Prima di concentrarsi
sulla scultura, Nivola fu a
lungo quasi esclusivamente
un pittore. Negli
anni che precedettero la
guerra fuggì prima a Parigi
e poi a New York, e in
quanto esule non aveva
modo di trascinare con sé
molti bagagli. Così preferì
lavorare ai dipinti per il
semplice fatto che le tele
erano facili da trasportare.
Il lascito più importante
di questo periodo sono
i numerosi quadri dedicati
a New York.
Sbattuto in un mondo
completamente nuovo e
per lui assurdo, Nivola
prese a riprodurlo su tela
per riuscire a comprenderlo.
Dipingendo insistentemente
gli intricatissimi
paesaggi urbani di
Manhattan riuscì a poco
a poco a “capire quello
che mi sembrava tanto incomprensibile
e misterioso,
il segreto della città”.

La caotica vita della metropoli viene mostrata
all’inizio con uno sguardo stupito ma affascinato.
Le strade, le auto e i cartelloni pubblicitari
sono squillanti di colori accesi e invitanti. In
seguito, negli anni Settanta, prenderà a ritrarre
New York in toni più cupi: l’intrico dei corpi
comincia a farsi indistinguibile e labirintico,
le auto salgono a occupare lo spazio vuoto
tra un grattacielo e l’altro.
Ma le celebrazioni curate dalla Fondazione
Nivola proseguono altrove: fino al 30 ot-
tobre sarà aperta a Nuoro “L’investigazione
dello spazio”, una mostra che, oltre a rappresentare
una perfetta introduzione alla molteplice
creatività dell’artista, è anche l’occasione
per ammirare i plastici di opere mai realizzate,
rimaste allo stato di bozzetti. Merita una
menzione la bellissima ricostruzione in scala
1 a 1 della cappella del Corpo di Cristo.
Lo spettatore entra in una sala vuota, se
non fosse per il volto, i piedi e le mani di Gesù
posizionati ai quattro angoli della stanza. Si
entra così letteralmente nel suo corpo. L’idea,
una intuizione teologica finissima, dà ragione
a quanti sostenevano che Nivola subisse
il richiamo della religione con la quale era cresciuto.
È forse questo il vertice di una ricerca
creativa frutto di una curiosità e di un desiderio
di comprensione quasi ossessivo.
Ma il meglio dell’esibizione è una selezione
di sculture realizzate con una tecnica inventata
da Nivola mentre giocava in spiaggia
con i suoi figli, i “sand-casting”.
Dopo aver modellato un’immagine sulla
sabbia, la utilizzava come negativo applicandovi
una gettata di gesso o di cemento. Se ne
ricavavano opere dalle dimensioni notevoli,
adatte ad essere applicate alle pareti su spazi
enormi.

Tante scuole pubbliche del Bronx, di Brooklyn
e del Queens
vennero decorate con que-
ste lastre dai rilievi appena screpolati dalla
sabbia, così come alcuni edifici dell’università
di Harvard e la redazione di un giornale a
Bridgeport, nel Connecticut.
Ma l’esempio migliore di sand-casting
venne realizzato nel 1953 per lo showroom
della Olivetti a New York. Qui i pannelli di
cemento sono decorati con un tipo di figura
che avrebbe condizionato tutta la sua produzione
successiva, la Grande Madre. Si tratta
di una riproposizione dei piccoli idoli che celebrano
la fecondità femminile presenti in tutte
le civiltà primitive. Le figure di Nivola ovviamente
rielaborano gli idoli di età neolitica
ritrovati in Sardegna, dagli attributi femminili
pronunciati ad annunciare fertilità e abbondanza.
E sono proprio questi sand-casting
originariamente realizzati per la Olivetti a essere
visibili nella mostra nuorese.
Ma la città sarda ospita un altro capolavoro
di Nivola, che non richiede biglietti per
essere ammirato: il monumento di piazza Satta,
realizzato nel 1966 per commemorare il poeta
e giornalista nuorese Sebastiano Satta.
La cittadinanza si aspettava una bella statua
sul suo piedistallo. Nivola pensò invece qualcosa
di molto diverso. Fece staccare dalle colline
circostanti dei blocchi di pietra, e su di
essi pose delle piccole statuine raffiguranti
Satta nei panni di giornalista, di oratore, di
padre di famiglia.

Lo spettatore non può vedere queste piccole
figure appena entrato in piazza
; deve
esplorarla, girare tra i massi, fare insomma
“una visita” in casa di Satta. Le costruzioni
tinte di bianco che circondano la piazza dal
profilo irregolare fanno da sfondo ideale; peccato
che, quando l’abbiamo visitata, alcuni
lavori in corso rovinassero l’effetto di insieme.
La visita al Nivola sardo potrebbe anche
concludersi qui, in attesa che il museo rinnovato
apra i battenti. Ma sarebbe forse il caso
di ripassare per Orani prima di andare via, a
dare un’occhiata alla piccola casa dove Nivola
nacque e trascorse i primi anni di vita.
Tra quelle mura trasse le suggestioni che
l’avrebbero accompagnato per tutta la vita.
Come disse lui stesso, “Tutto quello che mi è
successo in seguito l’ho inventato a quell’età".

Alfonso Francia America Oggi giugno 2010